STORIE DI IMPRESA: Il Tribute in Light di New York e la storia della sua creazione

Abbiamo avuto modo di ascoltare dalla viva voce di chi era sul campo come è nata e si è sviluppata l’opera illuminotecnica Tribute in light che tutti gli anni, all’11 settembre, commemora la tragedia che si consumò nel 2001 nella Grande Mela.

In occasione del ventunesimo anniversario, raccontare questa storia è un omaggio non solo alle vittime, ma anche ad una impresa, tutta italiana, del nostro bellissimo Monferrato, ed ai suoi uomini che resero possibile con la loro vision e capacità, la realizzazione della più famosa opera illuminotecnica di tutti i tempi.

L’idea nacque da due architetti americani, osservando, nel buio di New York i fumi e la polvere in sospensione a Ground Zero illuminati dai fari dei vigili del fuoco e dei mezzi di soccorso. Creare al posto delle Torri Gemelle distrutte, due altissime colonne di luce che, come un ologramma, le riportassero alla memoria, e si stagliassero nel cielo notturno per ogni anniversario. Ma la tecnologia necessaria non era a disposizione. Ebbene sì: la patria dell’innovazione e la pioniera di tanti cambiamenti epocali basati sulle nuove tecnologie, non era in grado di fornire una soluzione tecnica adatta a creare le colonne di luce. Questo perché qualsiasi faro fino a quel momento esistente non era in grado di creare una fonte di luce completamente verticale per tutta l’altezza, senza “svasare” e quindi non vi era nulla in grado di realizzare le colonne di luce.

Una sfida eccezionale che finì sul tavolo di un piccolo imprenditore del Monferrato, l’Ing. Bruno Baiardi, istrionico genio della luce, che per anni – fino alla sua morte e conseguente chiusura definitiva della sua impresa- illuminò con i suoi fari e la sua capacità artistica opere ed edifici in tutto il mondo. La soluzione tecnica si trovò, il faro adatto fu concepito, sviluppato e prodotto nel nostro Monferrato. Chi era presente e ha reso possibile l’opera e ha curato tutta la comunicazione connessa, allora era il braccio destro in azienda dell’Ing. Baiardi ed oggi ne ha raccolto il testimone e ricorda con noi quei giorni.

Ascoltiamo così Giammaria Ravetti che ci racconta come in azienda, insieme all’euforia di aver creato il faro adatto alla bisogna, ed all’aggiudicazione dell’incarico, ci si interrogò anche sul modo più corretto e decoroso per portarlo avanti. La viva impressione che le immagini dell’11 settembre hanno lasciato negli occhi e nel cuore di tutti noi, hanno impedito all’azienda di voler speculare o lucrare su tale tragedia e sulle sue vittime. Fu così che si decise che quei fari così speciali non fossero più prodotti. Si svilupparono altre tecnologie basate su principi simili, ma i fari che si accendono ogni anno a Ground Zero sono unici, non ne esistono di uguali al mondo. Fu il modo silenzioso e molto piemontese che ebbero quegli uomini per augurare a tutta l’umanità che una follia di tale portata restasse unica. Ma anche un modo per evitare, seppure indirettamente, di arricchirsi su una simile tragedia. I fari furono ceduti al prezzo di produzione e l’azienda non pubblicizzò mai in alcun modo la sua realizzazione e l’eccezionale lavoro fatto. Un pugno di uomini con un’ottima direzione ed organizzazione, capacità tecniche d’avanguardia e gli occhi verso il cielo.

Oggi le foto del “Tribute in Light” si trovano ovunque e capita spesso di dimenticare chi lo ha reso possibile. Ma la storia imprenditoriale e umana che sta dietro, ancora oggi, a distanza di tanti anni, è un bel racconto di un modo innovativo ed alternativo di fare impresa ed un omaggio a quegli uomini e professionisti che l’hanno resa possibile. Nel ricordo dell’11 settembre in quelle luci c’è anche l’omaggio che tutti noi dobbiamo alla memoria di un’azienda eccezionale.

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